Note critiche

UN UOMO E LA SUA GRU
(o Le Gru di Bersani)

Satira politica. In questo filone, mai abbastanza (ben) praticato, si inserisce direttamente il lavoro di Bersani che sceglie la via del “panel” –la vignetta che esaurisce un argomento in un solo “quadro” ed in una battuta (con replica) fulminante- sul modello dei grandi vignettisti americani che ha trovato numerosi epigoni anche in Italia. Ma mi sembra che, confrontata con le colleghe, quest’opera abbia un qualcosa in più, un valore aggiunto che secondo me va rintracciata nel patrimonio culturale dell’autore, nella sua buona conoscenza del linguaggio fumettistico, di cui la vignetta autoconclusiva rappresenta l’estremizzazione.
Del Fumetto, infatti, il panel conserva la struttura sequenziale –ovvero un legame tra i vari disegni- grazie alla iteratività del soggetto. La scelta di un modello grafico ripetitivo, che fa sì che il lettore regolare possa subito inserire il personaggio nel suo preciso contesto.
Il disegno è solo apparentemente statico; in realtà la gru si agita, “starnazza” e si contorce sotto la carica emotiva del momento a sottolineare con la propria postura, di volta in volta: rabbia, disgusto, indignazione… In parole povere, “recita” la propria battuta.. Quella che è statica, invece, è l’inquadratura, un campo lungo che consente alla gru di recitare con tutto il corpo. Uno scenario (che spesso è un non scenario, per non distrarre l’attenzione dalla battuta), volutamente ripetitivo, come già detto.
In questa ottica il disegno è volutamente semplice, per non disperdere sulla grafica l’attenzione del lettore. Ma non troppo semplice, come testimoniano i tanti particolari speso presenti sullo sfondo, sempre ben riconoscibili e stilizzati.
Il meccanismo con cui sono costruiti questi panel è quello classico del “botta e risposta”, per questo i protagonisti sono in realtà due, anche se la gru piccola (un nano?, un adolescente?) denuncia il suo ruolo di spalla con la sua minore importanza grafica. Il suo contrappunto,però, risulta spesso fondamentale, motivo per cui la sua battuta compare sovente in posizione centrale. Nei panel di Bersani la Grande carica l’arma e la Piccola spara il colpo.
Non si può però non sottolineare l’arguzia con cui i temi della vita, non solo politica, di tutti i giorni vengono trattati con disincantato ed a volte feroce candore. Come non va taciuto il fatto che non si tratta di una satira di parte: tutti gli schieramenti vedono regolarmente messi alla berlina i propri atteggiamenti incongruenti, le proprie malefatte, incapacità e così via. Anche in questo l’opera si distingue dai “franchi tiratori” che vedono (per motivi di comodo?) tutto il male da una sola parte.
Dovendo quindi cercare una parentela con l’opera di autori più famosi mi viene spontaneo il parallelo con quella di Ellekappa, che sfrutta un meccanismo simile ma che, a mio parere, è indubitabilmente più povera, sia per il disegno faticoso e spesso incomprensibile, sia per la tendenza “di parte” ricordata pocanzi.
Dunque la Gru di Bersani sembra possedere tutti gli elementi per divenire, se non fenomeno di riferimento, almeno un gradevole appuntamento quotidiano. Auguriamoci che l’ispirazione lo sorregga ancora a lungo.
Per concludere non mi resta che dire che quest’opera è ricca di buoni ingredienti: conoscenza del mezzo e dell’ambiente cui si rapporta e amore per il lavoro.
Ora gustatevi la ricetta..

Franco Spiritelli/Spiri (giornalista).

Non fare lo struzzo potrebbe diventare una frase che cambia senso. Almeno per chi si divertirà a soffermarsi su queste “vignette” di Andrea Bersani.
“Divertirsi” non è esattamente il vocabolo appropriato, per la verità. Qui siamo di fronte, come sempre nella buona satira, ad un riso amaro, che ti si strozza in gola. Un riso che ti fa arrabbiare, che anzi, qualche volta, sembra far arrabbiare anche il nostro autore. Da un certo punto di vista, se la generazione che arrivava alla maturità negli anni Sessanta era quella che, secondo una celebre formula, “ricordava con rabbia”, quella che è giunta a maturare sullo spartiacque fra i due secoli con rabbia ride.
Forse è per questo che Andrea Bersani ha rovesciato la metafora dello struzzo. Non più l’animale che mette la testa sotto la sabbia, immagine di una società che rifiuta di vedere. La sua coppia di struzzi, uno adulto ed uno pulcino, secondo una iconografia che è tipica delle favole, hanno gli occhi ben aperti: e ad esasperare questa realtà c’è proprio il segno grafico che ha donato ai due uccelli dei begli occhioni sgranati.
La costruzione dell’immagine è classica e modernissima al tempo stesso. Classica in un certo modo di disporre le figure e gli sfondi: l’uccello grande e l’uccello piccolo che in gran parte delle vignette guardano in direzione opposte dandosi le spalle, o, più raramente, convergono al centro quasi in forma di balletto; poi un piccolo elemento, uno solo, sullo sfondo, a richiamare un elemento della battuta. Modernissima, per il tratto nervoso del segno, l’essenzialità della composizione, il rifiuto di ogni “abbellimento” che rendono tutto l’album una variazione eterna senza possibilità di “forare” i confini, quasi come il famoso gioco di virtuosismo di Paganini nella composizione per una corda sola.
In questo Bersani si discosta da una tradizione del vignettismo di satira politica oggi dominante: quella che ha un doppio perno, dividendosi fra la “caricatura” dei personaggi al potere (basti ricordare il famoso enorme Spadolini col suo piccolissimo “pisello” che rese famoso il primo Forattini, il “Prodi parroco” del Forattini più recente, o il Berlusconi piccoletto e con la bombetta di Giannelli), e la “rappresentazione” sarcastica di una “ministoria” (in cui è maestro il Bobo di Staino).
In queste vignette non ci sono uomini politici trasfigurati da una penna mordace, come non ci sono “storie”. Ci sono due uccelli filosofi, che sviluppano sempre uno stesso schema di ragionamento, quasi una satira del sillogismo: l’adulto espone una situazione, il pulcino la commenta, e la didascalia quasi trae le conclusioni “intitolando” la vicenda.
Le battute in questo contesto sono altrettanto essenziali del disegno e si può quasi affermare che vivano di vita propria. Sarebbe il caso di dire che si tratta di parole che sono pietre, talora autentici macigni. Lo stile è “lapidario” in molti sensi, e la scrittura a grandi caratteri, senza alcuna “grazia”.
Anche in questo vi è un segno generazionale forte, un rapporto aspro con la politica, che concede pochissimo, meglio sarebbe dire nulla, alle mediazioni, ai distinguo, alle analisi. Come il tratto di questi disegni, la realtà che Bersani si rappresenta è tutta in bianco e nero, a contrasti nitidissimi, senza sfumature. Si capisce subito che ci sono i buoni e i cattivi, anche se la scena è tutta per i secondi e i primi possono al massimo, come gli sconsolati struzzi, cantargliela chiara.
Si potrebbe cavarsela con una battuta vecchio stile, del tipo “Questa è la satira politica, bellezza!” Ma non è così, perché una nobile tradizione della “vecchia” satira politica era il suo fondo fortemente utopico, il suo essere intrisa di speranza che la messa a nudo della situazione inaccettabile, quantomeno contribuisse a far sorgere il famoso “mondo migliore”.
Nella satira di Andrea Bersani questa dimensione, se c’è, rimane molto sullo sfondo. La filosofia dei suoi struzzi è quella dei delusi che non si aspettano gran che dalla loro denuncia. Per questo all’inizio si parlava di una rabbia che sfocia nel riso: la rabbia di contemplare un mondo in cui non ci si riconosce, ma da cui ci si può distaccare solo con una risata, amara e sconsolata al tempo stesso, che non risolve nulla, perché si è consapevoli, che tanto lì bisognerà continuare a vivere. Se non ci credete, andate ad analizzare le “titolazioni” delle vignette e toccherete con mano la veridicità di queste affermazioni.
Lo studioso di politica non è felice nel registrare questo modo di pensare, ma sa anche troppo bene fino a che punto sia diffuso. Per certi versi è quasi l’altra faccia di certo adattamento pacioccone a un mondo che non funziona come dovrebbe, ma che, se ci si accontenta, fornisce a tutti quel po’ di anestetico che basta a sopportare quello che il poeta chiamava “il male di vivere”.
Non ci resta che sperare che un giorno anche gli struzzi di Andrea Bersani possano evadere dal loro pessimismo cosmico e riscoprire la risata come una attività liberatoria, capace non solo di mettere a nudo la menzogna, ma di ristabilire qualche verità. Insomma che torni ad essere quella risata che seppellisce le furberie dei “cattivi”.
Ma intanto, il percorso catartico richiesto alla politica nei difficili tempi di transizione come quelli in cui viviamo non può risparmiarsi anche la “satira amara” e le battute (a volte persino grevi) che sono quasi staffilate sulla nostra pelle viva del rabbioso sguardo sul mondo che Andrea Bersani esercita quasi come un laico breviario quotidiano.

Paolo Pombeni (politologo).

Forse siamo arrivati al punto in cui per parlare delle cose che accadono bisogna essere efficaci senza ridondanze.
Il mondo che ci sta attorno ci offre migliaia di segnali e quindi bisogna essere bravi a far passare quelli giusti.
Andrea Bersani di questo ha  fatto, secondo me, quasi una regola, e ce lo comunica sia con la  grafica, scarna ed aspra, sia nei   contenuti che, essendo poi essi stessi grafici e complementari, si integrano perfettamente.
Le poche tracce degli argomenti base (la bandiera dell’America,la scarpa da ballo per il flamenco a proposito della Spagna, le lapidi padane di Bossi) che si collegano ai suoi animali (scarniti,essenziali e simbolici, un po’ come gli imperatori romani in epoca bizantina), comunicano attraverso una espressività forte; a sua volta sottolineata dalle parole, che in genere la chiudono.
Un po’ come nelle comiche degli anni 20, dove le morali erano dentro il contenuto delle scenette e il senso veniva detto, rafforzato, dalle frasi, che, non a caso, avevano anche un valore estetico, spesso ricercate anche nello stile d’insieme.
In questo senso è la sua, una vignetta molto grafica, che poco si ferma sulla ricerca della definizione del quadro: è tutto di getto; si concentra, invece, sulla forza dei contenuti e da poco spazio alla leziosità della caricatura,  della costruzione di una specie di rebus, come accade invece, in molti lavori di suoi colleghi.
Forse per mie caratteristiche fisiche, dove l’ espressione è sempre stata al centro del mio lavoro e dove la mimica ha avuto ed ha molta importanza, propendo per questo tipo di scelta stilistica.
Dire e far dire a degli struzzi è già divertente in sé, in quanto sono animali che spesso si sottraggono alla vita esterna;che poi sia un dialogo da padre a figlio è anche più interessante, perché c’è un passaggio di informazioni per il futuro, una sorta di passaggio di consegna dei problemi e delle debolezze del presente, quasi astraendosi dai protagonisti reali per farli diventare simboli, limiti, suggerimenti per le generazioni a venire.

Stefano Bicocchi/Vito
(attore).

LE VOCI DEI TRAMPOLIERI

Per un narratore di fiabe, come per un disegnatore satirico, la scelta di esprimersi per bocca di un animale, non è mai un caso. Fra le tante “maschere” che la sua fantasia gli offre, l’autore sceglie di dissimularsi dietro una creatura che non appartiene al genere umano proprio nel momento in cui esprime la propria posizione morale contro l’immoralità dei suoi simili.
Leggendo le vignette di Andrea Bersani e la realtà che prendono di mira (soprattutto la situazione italiana e la politica degli USA di Bush), viene da pensare che l’orrore che ci circonda (e al quale ci siamo colpevolmente assuefatti), può essere guardato con ironia soltanto dalla prospettiva di una gru (o di uno struzzo).
Il presente italiano, in particolare, infettato da decenni di immondo berlusconismo, di miasmi postfascisti, di trogloditismo leghista, e non riscattato certo dall’inerzia e dall’opportunismo del centrosinistra, è talmente ripugnante, talmente degradato e obbrobrioso, talmente lontano da quella che è l’idea di un paese decentemente civile, che non può più essere l’oggetto della semplice derisione o dell’amaro sarcasmo di un essere umano. No, forse il punto di vista più appropriato può identificarsi, per una volta, con un animale nobile e leggero come una gru.
Bersani si è appunto sdoppiato in due uccelli, che ricordano la classica coppia dei clown – l’alto e il piccolo, l’ingenuo e l’astuto – ma che, a differenza degli augusti e dei clown bianchi, non si beffeggiano, non si scambiano dispetti, non attraversano in lungo e in largo la pista circense, ma rimangono immobili, stagliandosi su un orizzonte circolare e spoglio, che senz’altro si trova in qualche angolo dell’Italia.
Il segno dell’autore è essenziale e scarno, infittisce di tratti i contorni dei corpi e del piumaggio. Nel quadro delle vignette, a parte le figure delle due gru, fanno capolino pochi oggetti emblematici e derisori come “feticci” con cui talvolta giocherella la gru più alta che, a tratti, appare anche “travestita”, in esplicita allusione agli eventi della cronaca politica italiana o internazionale. Intanto, le capita di perdere qualche piuma. L’uccello più piccolo, invece, rimane perlopiù nella stessa posizione immobile, con gli occhi a mezz’asta. È amaro e scettico nel disincanto che esprime in poche, secche parole, dietro cui s’intravede la rabbia e lo sdegno dell’autore. È una rabbia che talvolta si esprime con grevità e che si sintetizza sempre nella lapidarietà del titolo campeggiante in fondo, come un’eco alla battuta della gru più piccola.
L’occhio dell’uccello più grande, è spesso spalancato e vitreo di stupore e sconcerto (ispiratigli, ovviamente, dalla cronaca). Le posture del suo corpo da trampoliere suggeriscono sempre un equilibrio instabile, che sembra corrispondere ad una precarietà che ci sottomette tutti. La gru piccola, invece, sta con entrambe le zampe abbassate sulla terra, come chi non si fida. Da quella terra e quindi da quella (questa) Italia, dove Bersani le ha immaginate, le due gru non riescono ad alzarsi mai (o forse non vogliono). Non fuggono e, ostinate, convertono il loro malumore negli strali di un sarcasmo irriducibile.

Roberto Chiesi (critico cinematografico).

Avere l’occasione di scrivere alcune righe su Andrea Bersani, un caro amico, è un piacere.
Nello stesso tempo, non è facile inquadrare il personaggio; quando, alcuni anni fa, lo conobbi, ebbi subito la sensazione fosse uno risoluto, dalle idee ben chiare (assomiglia, fra l’altro, al cantante dei Bee Gees), testardo, ma di quella testardaggine positiva che prima o poi ti fa arrivare, quasi sempre, dove vuoi.
Simpatico e dalla dialettica forbita, Andrea mi raccontò della grande sua passione per il disegno umoristico, ma anche delle notevoli difficoltà incontrate nel mondo dell’editoria nell’estenuante ricerca di qualcuno interessato al suo lavoro.Perchè in Italia di riviste umoristiche, purtroppo, oramai ben poche ce ne sono…
Il suo stile si avvale di una grafica graffiante e moderna. Molto originale.
Le sue vignette e le sue strips sono immediate e fulminanti, piene di critica ironia dalla quale traspare una notevole conoscenza della vita politica e sociale italiana e non.
I suoi personaggi, animali, umani o pupazzi surreali son pazzeschi, inimitabili!
Le sue battute sembrano attingere da un pozzo senza fondo, così come sono, una via l’altra.
Una grande creatività.
Quando leggo le vignette di Andrea e una battuta veramente forte mi colpisce, mi dico:
accidenti! questa è bellissima, è la meglio di tutte. Poi volto pagina e zac. Eccone una ancora meglio, e un’altra e un’altra ancora!
Ci si perde in un orgia di risate.
(Quella di Mastella poi, una delle mie preferite).
Andrea è persona di carattere, come poche ce ne sono. Ha spirito di sacrificio e pazienza, molta pazienza. Ed io lo posso ben dire, datosi la mia quarantennale attività di fumettista. Attività piacevole e piena di soddisfazioni, ma anche faticosa ed impegnativa. Attività attraversata da periodi difficili dovuti ai cambiamenti di gusto nei lettori, quando il vero professionista deve sapersi adeguare dando sempre e comunque il massimo. Anzi, di più.
Quando ci ritroviamo io nel suo studio o lui nel mio, il discorso scivola inevitabilmente sulle difficoltà del lavoro che ci accomuna (le difficoltà che si incontrano nel cercar di farlo comprendere ed apprezzare), di idee, progetti ed aspirazioni.
E, proprio quando il discorso si fa più serio e drammatico, Andrea se ne esce, improvvisamente, con una battuta tremendamente divertente, così da strapparmi, ancora una volta, delle irresistibili risate, per poi tornare, come niente fosse, a bomba, dove eravamo rimasti.
Concludendo, l’impegno che Andrea ha sempre profuso nell’attività e le indubbie doti grafiche, lo stanno giustamente premiando.
Gli auguro quindi che sempre più gli editori lo apprezzino, e tanta fortuna per la sua esilarante attività. Sei grande Andrea!

Giovanni (Gio) Romanini (fumettista).

“UCCELLACCI e UCCELLINI”

Ho conosciuto Andrea Bersani in occasione della premiazione di un concorso di umorismo e satira a Campi di Bisenzio, un paese alle porte di Firenze, nel maggio del 2004. Ero stato chiamato nella giuria del premio, dall’amico Umberto Rossi, anch’egli disegnatore satirico, per dare il mio contributo nella scelta dei lavori (un centinaio e più di opere).
Ci mettemmo al lavoro. Ci passavamo le opere e ad ognuna davamo un voto su una scheda. Proseguivo il lavoro con impegno; ma senza che mi fossi entusiasmato più di tanto, finchè non mi capitò fra le mani un disegno. Mi colpì la cifra stilistica e grafica. Un disegno fuori dai canoni della vignetta classica. “Ci siamo”.
Dissi ad Umberto Rossi. “Guarda questo…”.
Anche l’amico fu concorde con il mio giudizio. Battagliammo un po’ con il resto giuria che storceva il naso, come un cultore della pittura di Botticelli di fronte ad un quadro di Basquiat, ed ottenemmo per il disegno il secondo premio ex-equo. L’autore era Andrea Bersani.
Ci fu la premiazione e conobbi Andrea. Capelli lunghi, barba, aria riservata. Un personaggio, forse per il suo accento bolognese, che mi rimandava a certe atmosfere felsinee, fatte di canzoni di Guccini, immagini di Piazza Maggiore, DAMS, Wu Ming e il suo “54”. Forse luoghi comuni, ma l’impressione che ne ebbi fu questa. Ci siamo ritrovati un paio di anni dopo sulle pagine del settimanale di satira “Veleno”.
Per me è stato un piacere.
“Uccellacci e Uccellini” perchè? Perchè come nel film di Pasolini , Andrea per illustrare i suoi pensieri caustici e taglienti, ha scelto due pennuti (lui li definisce aironi). Saccenti, indisponenti, irriverenti come il corvo del film, e sempre disegnati con quel tratto di classe di Andrea: “nervoso” e anarchicamente ordinato.
Eh sì, perchè Andrea, nella sua “follia” stilistica ha del metodo. Come ogni vero artista.

Alfio Krancic (vignettista).

Conosco Andrea Bersani da una decina d’anni (mese più, mese meno) e seguo piuttosto da vicino la sua attività di graphic designer. Bene, posso senz’altro dire che il suo percorso nelle arti grafiche è uno dei più originali che sia dato vedere in un panorama spesso privo di stimoli innovativi e troppo succube delle leggi di mercato.
Prendiamo ad esempio una delle sue ultime creazioni: Gaster la chiocciola.
Basato su un segno minimalista e scandito in brevi sequenze autoconclusive, il fumetto narra di un essere minimo che ragiona sui massimi sistemi, ovvero che si pone dubbi sulla sua identità.
Un’identità che appare dapprima certa (e sicura), ma che viene via via scalfita ed erosa da considerazioni pertinenti e tragicamente inoppugnabili. Come un ironico Kierkegaard, Gaster sta lì, nel suo quadratino a interrogarsi sul suo essere, sul suo destino, sul suo fine ultimo: la padella.
In perenne rivalità col suo parente povero, la lumaca, Gaster la chiocciola sente di non essere poi tanto “superiore”. Il come e perché è da scoprirsi un po’ alla volta, leggendo (e sogghignando) lungo il filo (bavoso) dei discorsi di una chiocciola.

Oddone Ricci/Oddo (scrittore).